QUELLA SERA DI MEZZO SECOLO FA QUANDO IL CIRCO MORI’
PARIGI – Galleggiava un fumo denso e aspro di Gauloises nel vecchio caffè dei mercati generali, i tavolini di legno scuro e pesante, i bicchieri di blanc de blancs che l’oste, un vecchio marinaio che aveva appeso alle pareti i suoi ricordi, riempiva fino all’orlo. Era una sera di autunno inoltrato, l’aria era umida alle Halles, le finestre del Café Curieux, un localino adorno di bizzarre sculture, frequentato per lo più da una clientela di irregolari, erano appannate. Federico Fellini aveva scelto Parigi, “la città che ha fatto del circo uno spettacolo d’arte”, per trovare ispirazione al suo film “I Clowns” (1970), prodotto dalla Rai insieme a Ortf, Bavaria Film, Compagnia Leone Cinematografica.
In quel vecchio caffè, il regista aveva dato appuntamento allo scrittore Tristan Rémy (1897-1977), ritenuto il più autorevole degli storici del circo, e a tre clown bianchi che a quel tempo andavano per la maggiore: Alex, Nino, e Ludo. Ludo era l’unico clown bianco nano di quell’epoca. A Triestan Rémy si devono alcune opere ancora oggi fondamentali sulla storia del circo, come “Les Clowns” (Editions Grasset & Fasquelle, 1945), “Le Cirque et ses Etoiles” (Artis, 1949), e soprattutto “Entrées Clownesques” (L’Arche, 1962), che ha avuto il merito di raccogliere sulla pagina scritta le gags dei clowns, una tradizione trasmessa prima di allora solo per via orale, che altrimenti sarebbe andata dispersa. La discussione è vivace attorno a quel tavolo, irrobustita anche dal vino che arrossa le guance. A un certo punto è la voce più autorevole, quella di Tristan Rémy, che la tronca di netto: “Ma perché lei vuole fare un film sui clowns? –domanda a Fellini a muso duro- il mondo del circo non esiste più. I veri clowns sono tutti scomparsi, perduti. Il circo non ha più alcun significato nell’attuale società. Ed è giusto che debba finire così”. “Il mondo del circo non esiste più. Il circo non ha più significato nell’attuale società”. Una pietra tombale. La morte del circo decretata, cinquanta cinque anni fa, dal più grande storico del circo. E’ passato più di mezzo secolo da quell’epitaffio. Il circo esiste ancora. In quasi tutto il mondo. In alcuni Paesi gode di ottima salute, in altri va benino, in altri così e così, in altri ancora piuttosto male. E sappiamo in quali e conosciamo anche i perché. Ma qui la discussione si farebbe lunga e complessa. Restiamo ai dati certi. Il circo è ancora vivo, con buona pace dell’ottimo Tristan Rémy. Il circo è sopravvissuto, non solo a lui, ma alle guerre, alle inondazioni, ai terremoti, alle pestilenze e ai flagelli di ogni tipo. Persino al covid. E ha resistito –questo ha dell’incredibile- all’arrivo del teatro, del cinema, della televisione, di internet, dei social network.
Vuol dire che dentro di sé ha -e ha ancora- una forza formidabile. Invincibile. Che è certo quella delle emozioni che solo lo spettacolo dal vivo può offrire, ma è anche quella del suo essere assolutamente unico, della sua spiccata originalità. Il circo non è uguale a nessun altro tipo di spettacolo. Lo spiegava bene, proprio a Fellini, una delle più formidabili donne clown della storia, Annie Fratellini (1932-1997), quando gli diceva che nell’era della scienza e della mistificazione è ben difficile immaginare il persistere delle arti circensi. “E tuttavia i giochi del circo non stanno scomparendo, al contrario –diceva con il marito Pierre Etaix- perché il circo è una forma di spettacolo che sopravviverà. Perché è puro”. Certo, il circo cambia. Cambia come cambia il mondo, come cambiano le mode, gli stili, le abitudini. Come cambiano tutti gli altri generi di spettacolo. Cambia come cambiamo noi con il tempo che passa. Del resto, sarebbe impensabile vedere oggi uno spettacolo di circo uguale a quelli di duecento anni fa. Cambieranno le logiche e le estetiche, i numeri, le gags, gli attrezzi, le musiche, i costumi, le luci. Cambierà tutto quello che volete. Ma il circo resterà il circo.
Il sorriso di un clown resterà il sorriso di un clown. E il salto mortale di un acrobata resterà pur sempre il salto mortale di un acrobata. Finché saremo ancora capaci di emozionarci, avremo l’assoluta certezza che il circo continuerà a vivere, e ad avere un posto importante nel fondo dei nostri cuori. Non si può dimenticarlo, il circo. Lo spiegava bene, sempre a Fellini, nella sua casa parigina, sciarpona, berrettone e giacca da camera, il vecchio clown livornese Bario (Manrico Meschi, 1881-1974), che insieme al fratello Dario (1880-1962), aveva dato vita ad una coppia comica leggendaria, “Les Bario”, nella Francia della prima metà del Novecento. “Mi sono ritirato dopo sessant’anni di circo, ora faccio una vita tranquilla, do da mangiare al canarino…e cerco di dimenticare…ma il circo non lo posso più dimenticare…davvero, non posso”.



