Moira Orfei e il suo guardaroba sono l’archivio che la moda non deve perdere
Alcuni capi indossati da personalità dello spettacolo restano icone materiali di un’eredità artistica indimenticabile. E quelli di Moira Orfei, di cui ricorre il 15 novembre il decimo anniversario della morte, assumono un potere simbolico libero ed eccentrico.
DI SAMUELE BRIATORE
14 novembre 2025
Moira Orfei, di cui ricorre il 15 novembre il decimo anniversario della morte, aveva un guardaroba e un archivio che la moda non deve perdere
Moira Orfei, che si è spenta il 15 novembre 2015 a 84 anni, non aveva bisogno di una passerella per essere una diva. Le bastava un turbante, un sorriso e la certezza che ogni gesto potesse diventare spettacolo. A dieci anni dalla sua scomparsa, il suo stile resta impresso nella memoria collettiva come un archivio vivente di femminilità, teatralità e libertà. Ed è proprio di archivi che dovremmo parlare: perché la sua storia mostra quanto sia urgente proteggere la memoria materiale della moda, non solo nelle maison, ma anche nelle vite di chi ha saputo trasformare l’esistenza in una forma d’arte.
Gli archivi di moda, come sottolinea Marco Pecorari, docente di moda e cultura visiva presso la Parsons School di Parigi, non sono semplici depositi di vestiti, ma dispositivi di conoscenza e di costruzione culturale: «Luoghi di memoria, interpretazione e potere simbolico, in cui la moda riflette su se stessa e sulla società che la produce». Conservare un archivio significa dunque conservare un linguaggio, una visione, una forma di libertà. È in questa prospettiva che la storia di Moira Orfei, regina del circo e icona pop della cultura italiana, può assumere oggi un significato nuovo: perché la sua immagine, i suoi costumi e i suoi gioielli sono parte di un patrimonio visivo che merita di essere salvaguardato e raccontato. Una missione, quella di Moira: essere riconoscibile ed essere ricordata. «Chi cambia spesso il proprio aspetto ha poca personalità», diceva. E il suo look aveva personalità da vendere. Dino De Laurentiis, produttore italiano, conosceva il potere della moda e aveva aiutato Miranda Orfei, nata nel 1931, a diventare la grande Moira. La diva del circo italiano arrivava nelle città annunciata da grandi manifesti con sfondo fucsia fluorescente e il suo volto sorridente.
Quando la moda diventa linguaggio espressivo in movimento, i codici di stile entrano nell'immaginario collettivo
Cosa creò De Laurentiis? Un look abbagliante, che richiamava naturalmente l’immaginario del circo ma strizzava l’occhio a un nomadismo chic e patinato. Il personaggio doveva essere immediatamente riconoscibile attraverso codici visivi precisi, codici della moda destinati a diventare iconici nel tempo. Il neo, naturale ma accentuato, le sopracciglia finissime e arcuate, il celebre tuppo monumentale, e poi gli abiti eccentrici, ampi e vistosi, arricchiti da applicazioni esterne come corone, gli immancabili occhiali e i gioielli scintillanti, sempre vistosi e dominanti sulla scena. Era un linguaggio visivo rigorosamente costruito, pensato per imprimersi nella memoria collettiva, dove la teatralità diventava segno e il corpo si trasformava in una scenografia in movimento.
Un look pieno di paillettes, che Moira non utilizzava solo in scena ma anche nella sua quotidianità:persona e personaggio erano fusi in un solo corpo. Ricorda Brigitta Boccoli, nuora di Moira, che «aveva una carovana solo per i suoi abiti, un tempio di stoffe preziose e memorie scintillanti. Ogni giorno vi entrava in punta di piedi, e tra paillettes e seta, lasciava nell’aria una scia di Mitsouko di Guerlain… come a voler dire che ogni vestito doveva profumare di lei, prima ancora di indossarlo». Nella sua lussuosa roulotte si avvicendava tutto lo staff del circo; lei voleva sempre uscire e con Moira non si pagava mai, tutti i locali aprivano per lei.Era un universo di ospitalità e splendore, dove il tendone si prolungava nella vita quotidiana, e la quotidianità diventava essa stessa un palcoscenico: «Moira di giorno quando doveva uscire si metteva la camicia da notte con sopra la pelliccia che la copriva e i tacchi» ricorda ancora Boccoli.
Moira Orfei e il suo guardaroba-archivio raccontano una storia di libertà e coraggio
La moda e i gioielli che tanto amava descrivono un pezzo di storia italiana fatto di eccesso, libertà e ironia. Il 15 giugno 2025 era prevista un’asta dei suoi abiti e accessori, un evento che avrebbe disperso parte di un patrimonio simbolico, smembrando la narrazione unitaria che gli oggetti sanno custodire. Alcuni pezzi erano già stati messi all’asta benefica Cervelli Ribelli nel 2020, e altri gioielli nel 2021. Qualche mese fa Bolli&Romiti aveva reso pubblico il catalogo dell’asta dedicata a Moira Orfei, un omaggio alla regina del circo attraverso una selezione di oltre duecento oggetti che raccontano la sua carriera e il suo stile inconfondibile: l’iconica collezione di occhiali, i turbanti, e persino la celebre “cofana”, il copricapo diventato simbolo della sua immagine. Uno stile che l’ha consacrata icona gay e una delle figure più amate e imitate dalle drag queen italiane. L’evento dell’asta, poi annullato, ha dunque riaperto una riflessione più profonda: un archivio di moda personale non è fatto solo di vestiti, ma di storie di rappresentazione, di come un’artista ha costruito se stessa attraverso i tessuti, i colori, gli accessori. Trasformare quell’insieme in lotti significherebbe spezzare una trama, perdere la continuità di un racconto che ancora oggi parla di emancipazione, di spettacolo, di estetica popolare e glamour. È l’occasione per riflettere su quanto sia importante proteggere e istituzionalizzare gli archivi delle figure che hanno segnato la cultura pop del Paese.
Moira sapeva bene che sotto il tendone tutto è possibile. Il circo, da oltre cinque secoli, è il regno della meraviglia, dell’eccesso e della diversità: un teatro nomade dove i corpi si trasformano in maschere, la disciplina diventa spettacolo e il grottesco si fa bellezza. È lo spazio in cui l’ordine sociale si sospende e prende forma un mondo altro, fatto di equilibri impossibili, costumi sfavillanti, acrobazie che sfidano la gravità. Se la cultura istituzionale ancora non valorizza pienamente il potere del circo nell’immaginario collettivo, la moda lo ha sempre riconosciuto come fonte inesauribile di ispirazione. Da Elsa Schiaparelli, con la celebre Circus Collection del 1938 – decorata con appliqué, ricami di clown e animali, e riferimenti espliciti al mondo circense – fino a Valentino Haute Couture Spring 2016, con motivi arlecchino, stelle e lune, il circo è tornato più volte in passerella come metafora di libertà, sogno e artificio ma, nel caso di Moira, anche di generosità discreta. Brigitta Boccoli racconta che «Moira amava le sue pellicce, ne aveva tantissime, simbolo del suo stile inconfondibile. Ma il suo cuore era ancora più sontuoso dei suoi abiti: quando il terremoto colpì Amatrice, senza esitare, decise di donarne una parte a chi aveva perso tutto. Un gesto silenzioso, ma potente… come solo le vere regine sanno fare». Moira Orfei non è soltanto un nome della tradizione circense: è un’icona che ha insegnato, anche attraverso la moda, a essere straordinari nella vita quotidiana. Sotto il tendone o sotto i riflettori della vita, ha dimostrato che la moda può essere libertà, che ogni paillette può raccontare una storia.
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14/11/2025







