Il “Maradona” dei clown giocoliere delle emozioni
«Il clown sei tu, non reciti una parte». Basta questa battuta sussurrata come fosse la cosa più naturale del mondo per raccontare David Larible, che la critica ha definito “il più grande clown classico del nostro tempo”. Nato a Verona da una famiglia di artisti circensi, Larible ha onorato il proprio destino da figlio d’arte raccogliendo applausi tra chapiteau e palcoscenici di mezzo mondo con il naso rosso e la poesia, mescolando momenti esilaranti e altri malinconici. Come nello spettacolo “Il clown dei clown” – in scena il 7 febbraio a Lendinara, il 15 febbraio a Belluno – e in “Destino di clown”, anch’esso programmato da Arteven a Jesolo il 19 febbraio e a Chioggia il 20 febbraio (info www.myarteven.it).
Larible, il clown ce l’aveva nel sangue?
«Le due cose assieme. Come un concertista o un calciatore, puoi avere talento, ma poi devi allenarti e studiare e migliorarti. Il talento è importante, ma senza cura non serve a nulla».
Deve essere stata una faticaccia
«Vivere nel circo mi ha aiutato nella mia scelta di vita. Ho avuto la fortuna di avere un padre bravissimo, un grande artista che si esibiva nei più importanti circhi del mondo e questo mi ha dato l’opportunità di vedere in scena i migliori clown dell’epoca. Quella, più che una palestra, era l’università per un clown. Uno impara e si rende conto della difficoltà di questa forma d’arte».
«Esiste una concezione errata del clown, non basta mettere il naso rosso e gli scarponi e fare qualche smorfia per far battere le mani ai bambini. Sarebbe come pensare che una partitella in cortile sia il calcio. Invece un clown nasce dall’incrocio di molte arti e mio papà mi ha fatto studiare acrobazia, musica, danza… poi sei tu a dover metter insieme tutto. E se hai la fortuna di indovinare il personaggio, funziona».
E questo senza ripetersi?
«Ci vuole umiltà per sapere che si può imparare sempre. Secondo me il clown impara fino all’ultima esibizione della sua vita. Solo così sei un artista. Altrimenti sei un artigiano che fa sempre stessi movimenti e magari funziona, però tu ti appiattisci».
Chi sono stati i suoi maestri?
«Il mio lavoro è stato molto influenzato da quel clown non circense che era Charlie Chaplin, un talento straordinario. Poi i grandi russi Andrei Nikolayev e Oleg Popov, ma anche dallo spagnolo Hermanos Tonetti. Da bambino li ho visti tutti, durante le tournée con la famiglia. Non mi stancavo di assimilare i loro gesti che mi hanno formato, anche se poi ogni clown deve avere una personalità propria. Non siamo attori, siamo artisti che sanno anche recitare. Però io non interpreto il ruolo del clown, bensì sono un clown».
Il pubblico come reagisce?
«È fondamentale. E contemporaneamente ti fa sentire la responsabilità, perché ogni sera sei chiamato a portare emozioni».
Dopo anni di difficoltà, la clownerie è tornata in auge
«Dagli anni Settanta c’è stata una decadenza, ma poi abbiamo visto uno scambio incredibile tra circo e teatro che ha fatto bene a entrambi i mondi. Oggi il circo è diventato più teatrale e il teatro più circense».
Lei fa ridere o fa piangere?
«Per un clown far ridere è veramente difficilissimo. Puoi commuovere con una storia scritta bene, toccando corde sensibili nelle quali tutti si identificano, ma per far ridere devi creare situazioni che non siano standard. Però per un clown quello che conta è dare emozioni, per cui la risata si mescola alla malinconia. Il clown è il giocoliere delle emozioni per eccellenza.
Andiamo in scena per far ridere a crepapelle e far scendere qualche lacrima».
Giambattista Marchetto
da https://www.ilgazzettino.it/nordest/verona/david_larible_spettacolo_clown-8620341.html




