IL CIRCO ONIRICO DI FINZI PASCA

16 Agosto 2025 - Aggiornamenti -

216A6869viviana cangialosi scaleddi Roberto Bianchin
VENEZIA – Se non vi siete mai imbattuti nel circo onirico di Daniele Finzi Pasca, è ora e tempo di colmare la lacuna. L’occasione è quanto mai propizia. Perché l’estroso folletto sessantunenne, attore, regista e coreografo di Lugano, è in scena contemporaneamente, in questa folle rovente estate, con due dei suoi spettacoli più riusciti, uno al circo, uno in teatro: “Luzia” del Cirque du Soleil, fino al 24 agosto a Montreal, e “Tititzé” al Teatro Goldoni di Venezia, fino al 21 settembre.

Finzi Pasca è uno degli autori più creativi, eclettici e interessanti della scena internazionale, che ha pratica di circo, di teatro, di opera lirica, persino di Olimpiadi (Torino, Sochi), e di tutto quanto fa spettacolo. Intelligente e, spesso, sorprendente. Restando al circo, ha firmato due degli spettacoli di maggior successo del Cirque du Soleil, come “Corteo” del 2005 e “Luzia” del 2016, che il complesso canadese ha ripreso di recente, seguendo la tendenza, già avviata con “Alegria” (1994), di rispolverare gli spettacoli migliori della sua storia, in attesa di nuove e più fresche ispirazioni. Una tendenza che il pubblico –almeno per ora- sembra apprezzare. Quanto a Titizé (che vuol dire “tu sei” in lingua veneziana), e ha per sottotitolo “A venetian dream”), torna sulla laguna, dove ha debuttato l’estate scorsa, dopo un lungo e applaudito giro intorno al mondo. E’ uno spettacolo circense di incerta classificazione, perché mescola i linguaggi, dall’acrobatica circense alla commedia dell’arte, dalla musica alla danza, con dieci “interpreti multidisciplinari” in scena, che sono attori, acrobati, cantanti e musicisti, tutti bravissimi perché capaci di far tutto senza il bisogno di eccellere in nulla. E’ uno spettacolo intimo, giocoso, minimalista. Nulla a che vedere con la grandiosità delle scenografie e la complessità delle macchine e dei marchingegni del Soleil. C’è un ritorno all’umano, al sogno, alla poesia, in un continuo rimando di emozioni e di allusioni che spezza i generi e confonde le idee, pescando nella tradizione come volando nel futuro.
Quello che più sorprende è che è uno spettacolo dedicato a Venezia dove Venezia non si vede mai, se non in filigrana, tra fondali onirici di luci, di veli e trasparenze, fra pesci che guizzano e delfini che volano, sirene e bagnanti e gentiluomini da spiaggia che giocano a volano, guitti e cantanti, musici e ciarlatani. E pochissime parole, solo in lingua veneziana. In compenso, un’ironia fanciullesca e contagiosa pervade il tutto, rendendo lo spettacolo godibilissimo, grazie anche al recupero di alcune vecchie gag clownesche rivisitate per l’occasione, e a deliziose musiche originali senza tempo.
Un gioiellino.

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