Quando comunicare era un’Arte (e non avevi uno smartphone)
di Ettore Paladino
La sigla a.c. (con la “c” rigorosamente minuscola) me la sono inventata io, ma forse col tempo sarà ufficializzata, perché sta a significare “ante-cellulare”. Il tempo prima che esistesse quello strumento che oggi abbiamo tutti e ci ha profondamente modificato molte abitudini. E stiamo parlando di un periodo ormai di 35 anni, almeno per l’Italia. Primi modelli, per una ristrettissima “elite”, venduti nel 1986; presentati poi altri modelli sul mercato in occasione dei mondiali di calcio del 1990. Telefoni che costavano tantissimo, erano grossi e pesanti e ci facevi solo le telefonate. Ma nel giro di dieci anni tutto è cambiato. Alla fine del 1999 in Italia le utenze dei cellulari erano più numerose di quelle fisse, e già si poteva andare su internet.
Chi oggi ha meno di 40 anni fa fatica a capire, a immaginare come fosse la vita senza il cellulare. Il telefono era quello di casa, dell’ufficio, dei negozi e dei locali pubblici. E delle ormai scomparse cabine telefoniche.
Immaginiamoci poi cosa volesse dire non avere il cellulare per chi viveva senza una sede fissa, come i circensi. Io che, come altri, abbiamo vissuto quell’epoca “ac”, provo a raccontarvi come si faceva.
I circhi grossi nelle piazze più importanti e soste più lunghe attivavano una utenza fissa. Ma è logico che serviva principalmente per l’attività di lavoro, prenotazioni, informazioni, ecc. Giusto i membri della famiglia del titolare potevano usare il telefono per esigenze private.
E allora tutti coloro che vivevano nel circo, dai direttori agli operai, avevano una figura che chiamo “fermo di riferimento”. Ovvero un amico o un parente, fermo, a cui comunicavano le piazze che avrebbero fatto, ed eventualmente l’utenza fissa che era stata attivata. Se io volevo sapere dove si trovava il circo tale chiamavo questo fermo, e lui mi avrebbe dato le informazioni. Ovviamente tutto questo nell’ambito ristretto di parenti, amici, o persone con cui c’erano rapporti di lavoro.
Se io, fermo, avevo bisogno di parlare con un circense chiamavo questa persona di riferimento e gli chiedevo di avvisare il circense, quando si sarebbero sentiti, di chiamarmi. Il che poteva succedere il giorno stesso o fra uno , due, tre ecc ecc giorni. Quindi nessuna certezza sui tempi.
E invece se due circensi dovevano comunicare tra loro? Facciamo un esempio, due fratelli artisti che lavoravano in circhi diversi. Uno dei due chiamava il fermo di riferimento, e gli dava un appuntamento telefonico da comunicare al fratello. Quando questi avrebbe chiamato, il fermo gli diceva di chiamare tale giorno, a tale ora, a tale numero. Numero che di solito era di qualche bar o locale vicino alla piazza, dove si andava a bere o mangiare qualcosa. Così il primo fratello in quel giorno e a quell’ora si faceva trovare lì, e appena arrivava la telefonata il proprietario gliela passava.
E poi nascevano sempre tante situazioni particolari. A me per esempio è capitata questa. Dovevo andare a trovare Guido Arata il sabato in un paesino dei monti Nebrodi. Sapevo che il giovedì erano in un’altra piazza, il venerdì viaggiavano e il sabato avrebbero debuttato sulla nuova piazza. Mio padre gli stava preparando una relazione tecnica per il rinnovo del nulla osta e gli serviva in fretta non mi ricordo quale documento. Giovedì mattina mi disse di avvisarlo così che sabato avrebbe potuto consegnarmelo. Ma come facevo ad avvisarlo? E dovevo avvisarlo in fretta, perché c’erano solo due giorni di tempo. E allora prendo l’elenco telefonico, cerco nel paese dove lui si trovava quel giorno, e vedo che per fortuna c’è una caserma dei Carabinieri. Chiamo, mi presento, gli spiego la cosa e gli chiedo se possono farmi il favore di riferirgli il tutto. Sì, sì, non si preoccupi, lo avvisiamo noi.
Sabato arrivo, Guido mi dà subito il documento, e mi dice: ma lo sai che mi hai fatto prendere un accidente…giovedì sera ero in giro col camioncino a fare gli inviti; ad un tratto vedo nello specchietto la macchina dei Carabinieri. Accelerano, si affiancano e mi fanno segno di fermarmi. Che è successo? gli chiedo. Niente, ha telefonato il suo amico per un documento…
Tutto è bene quel che finisce bene.



