KARL WALLENDA: con la vita appesa al filo.
Karl Wallenda è stato il più noto e grande funambolo al mondo. Morì all’età di 73 anni, la sera del 23 marzo 1978 a San Juan di Portorico mentre si esibiva su un filo d’acciaio posto ad una altezza di quaranta metri fra due grattacieli. Un forte colpo di vento lo fece barcollare e gli fece perdere l’equilibrio: tentò disperatamente di aggrapparsi al filo, ma la raffica era talmente forte che lo fece precipitare al suolo. Morì all’istante. Si trattava di uno show pubblicitario per anticipare quanto i Wallenda avrebbero eseguito, in altra parte della città, al Panamerican Circus.
Karl Wallenda era nato in Germania, a Magdeburgo, ed era figlio di un artista di circo equestre che nel 1928 lasciò il paese d’origine per il Nord America.
Wallenda aveva trasformato la sua famiglia in un grande gruppo di equilibristi: dopo un lungo ed estenuante addestramento era riuscito ad esibirsi, con i suoi famigliari, in un numero di eccezionale pericolosità. Diede vita alla famosa “piramide a sette” camminando sul filo d’acciaio e coinvolgendo figli, generi, nuore e nipoti. La troupe lavorò per ben diciassette anni al Circo Ringling debuttando al Madison Square Garden: gli spettatori, in quell’occasione, si misero a fischiare sonoramente i Wallenda i quali credettero che il numero non fosse piaciuto. Si ritirarono piangendo, non sapendo che, nel nuovo mondo, quei fischi erano per manifestare una completa approvazione. L’equivoco fu chiarito e la troupe rientrò in pista suscitando indescrivibili scene di entusiasmo.
Il 30 gennaio 1962, a Detroit, al Shrine Circus, il numero si trasformò in tragedia: la piramide “si ruppe” facendo morire suo genero e sua nipote. Il figlio Mario rimase paralizzato. Nonostante l’incidente, Karl si esibì il giorno dopo, con i famigliari, dicendo: “Lo spettacolo è la nostra vita.”
Qualche mese più tardi, durante una prova, ci fu il rischio di ripetere la tragedia. Quando gli artisti avevano ormai raggiunto il centro del cavo, un elettricista toccò inavvertitamente un interruttore e il circo piombò nel buio per un minuto. Quando ritornò la luce, nessuno dei sette funamboli si era mosso: la voce di Karl aveva continuato ad infondere calma e coraggio agli altri componenti la troupe.
L’anno dopo Rietta, nipote di Karl, nel prodursi da sola alla sommità di un’asta alta 40 metri (il primato di 68 metri appartiene a Giovanni Palmiri), forse perché colta da malore, precipitò senza alcun tentativo di afferrarsi all’asta o ai cavi vicini. Rietta aveva confidato ad un’amica che la caduta dell’attrezzo mentre veniva alzato per le prove, era da ritenersi un preavviso di un’imminente tragedia. Ma era salita fino alla sommità dell’asta, con la consueta scioltezza e sicurezza.
Nel 1976, dopo tanti incidenti, Karl sembrava deciso ad abbandonare la sua pericolosa attività ma “un funambolo non lavora solo per sé -diceva- lo spettacolo è il suo grande imperativo”. Ultimamente stupiva il suo pubblico attraversando le cascate del Niagara, portando sulle spalle un ”amatore”, ripetendo il “numero” fino a sette volte: e gli amanti del brivido erano sempre numerosi tanta era la fiducia in lui.
Karl Wallenda aveva dichiarato “Non facciamo mai uso della rete di protezione nemmeno quando abbiamo in programma esercizi pericolosi. Una rete è formata da una serie di maglie o, meglio, di buchi e cadendo dall’alto è facile impigliarsi in una di esse e farsi più male che precipitando sulla segatura dell’arena. Col nostro numero di funamboli a grande altezza rasentiamo la linea di confine con l’eternità”.
Karl Wallenda ha oltrepassato questa linea.





