I VECCHI CAROVANIERI
di Vittorio Marini
“Il circo povero messo alla porta”: era il titolo di un vecchio articolo che descriveva di come le città si ingrandivano e poco alla volta rosicchiavano le periferie con nuovi insediamenti umani. Lo spazio per lo spettacolo viaggiante veniva relegato sempre più lontano dal centro città.
L’articolo sottolineava però: “Ma il circo rientrerà sempre dalla finestra, nella nostra vita e nella vita dei nostri figli, non può morire. E’, oltretutto, un’immagine di libertà. I bambini lo aspetteranno sempre sulle periferie delle città ove appare la luna piena.”
Di seguito si leggeva l’intervista a tre nomi celebri di famiglie circensi, nei quali gli eredi di oggi, leggendo queste righe, potranno ritrovare i loro antenati.
Parla Giovanni De Bianchi proprietario del Circo Artisti Associati: “Mio padre e mio nonno erano proprietari di piccoli circhi di paese, senza animali. Io ho cominciato fin da piccolo a fare l’acrobata. Ho nove figli che lavorano con me. Solo una ragazza ha trovato marito. Siamo toscani d’origine, ma i miei figli sono nati durante il girovagare della compagnia. Oggi il mio complesso è di una quarantina di persone, comprese quelle che non lavorano in scena. A febbraio, nei pressi di Pistoia, un’alluvione ci ha distrutto completamente il circo. Abbiamo dato fondo ai nostri risparmi e abbiamo rifatto le cose essenziali.”
Dice Peppino Niemen: “Sono proprietario con mio fratello dell’Arena Peppino. D’estate giro la periferia con la mia baracca, d’inverno faccio il comico negli avanspettacoli. Eravamo dieci fratelli, sette maschi e tre femmine. Nostro padre e nostra madre erano artisti come noi. Ora noi fratelli siamo sparsi per il mondo a far lo stesso mestiere. Io con Pierino mi dedico all’arte drammatica. Porto le più famose commedie tra il popolo, tra la povera gente. Le adattiamo come possiamo, senza scenari, in mezzo al circo. Mia moglie e mia figlia lavorano con me. La figlia di Pierino che ha otto anni fa la contorsionista.”
Mi ricordo queste arene con una piccola pista dove si svolgevano le recite di commedie famose (La tavola rotonda, La sepolta viva ………….) opportunamente adattate al momento ed intervallate da modesti numeri circensi. Lo spazio era contornato da staccionate di legno dove, all’interno pagavi il biglietto e potevi sederti, all’esterno il pubblico contribuiva con l’offerta libera da depositare nel cestino durante l’intervallo.

E poi l’intervista commovente ad Adelaide Niemen: “Sto passando i miei ultimi anni in questo circo. Ormai ho settant’anni e da trenta ho smesso di lavorare in pista. Ero acrobata e cavallerizza. Dicono che ero bella. Ho vissuto momenti belli e momenti tristi. Per due volte sono stata proprietaria del mio piccolo circo di acrobati. Poi a Milano, in via Monte Generoso dove avevo piantato le tende, un bombardamento mi distrusse tutto. Ora sono qua, in un circo che non è il mio, ma sempre in un circo; bado alla pulizia, faccio da mangiare, sorveglio i bambini. Sono nata nel circo e ci morirò. Ho sempre respirato la stessa aria, è un’aria sana. Non ho avuto mai malanni e ho il cuore in pace.”

Era il mondo dei piccoli circhi di periferia che si fermavano, con o senza tendone, in piccoli spazi rimasti liberi dalla voglia di costruire del dopoguerra. Ci si divertiva con poco ed il circo, che più comunemente era definito “saltimbanchi”, era considerato la più bella occasione per una serata di divertimento assicurato. Venivano chiamati “carovanieri” per il loro vivere sulle carovane. Ricordi della mia infanzia.



