ETTORE WEBER

24 Novembre 2025 - Memorie circensi -

Weber3di Ettore Paladino

Parlare di Ettore Weber in questa piccola rassegna sui domatori italiani degli ultimi decenni potrebbe definirsi doveroso. Ma non per la sua tragica fine, piuttosto per la sua grande esperienza artistica ed umana.

Ettore Weber nasce nel 1958, figlio di Armando Weber. Armando e il fratello Umberto, con il giovane Ettore, lavoravano come acrobati, alle pertiche e al sostenuto aereo. Vengono scritturati da Mario Vulcanelli per il suo circo Wulber (circo di Berlino) alla fine degli anni Settanta. In questo circo per Ettore nascono due grandi amori. Quello per Loredana Vulcanelli, primogenita di Mario, che diventerà sua moglie. E quella per gli animali, soprattutto tigri e leoni.

Gli fanno da maestri il suocero, discusso e criticato a volte per certi comportamenti, ma comunque di grande esperienza. E un nome celebre in tutta Europa, Eugene Weidman, celebre domatore svizzero che ha lavorato in molti circhi importanti, fra cui Krone, Knie, Americano. Due stili diversi, in ferocia (ma più per scena che reale) di Vulcanelli, assolutamente in dolcezza quello di Weidman. Dei due stili Ettore abbraccia subito quest’ultimo. A cominciare dal costume: abiti bianchi, o comunque chiari, guanti compresi.

Gli insegnamenti degli esperti sono sempre importanti, ma la moglie Loredana disse, a ricordo del marito appena scomparso, queste bellissime parole: “E’ un dono di natura essere domatore, pochi al mondo ce l’hanno; lui ce l’aveva. Addomesticava qualsiasi animale, si avvicinava e li capiva”. 

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Ettore e Loredana lasciano il circo Wulber e lavorano per diversi anni come artisti in vari circhi italiani e stranieri. Il numero di gabbia di Ettore è molto apprezzato, e nel 1993 viene presentato in Germania al circo Krone-Bau. Successivamente tornano in Italia e aprono un circo, prima in società, più o meno lunghe, con altri circensi. Poi dal 2002 da soli, con l’insegna circo Weber. In questa fase Ettore addestra e presenta anche cavalli e animali esotici.

Il tutto fino a quel tragico 4 luglio 2019. Durante le prove una tigre dallo sgabello gli sferra una zampata improvvisa e lo colpisce alla gola, aprendogli la giugulare. La dinamica dell’incidente e purtroppo la sua fatale conclusione la conosciamo tutti. Nell’inevitabile e scomposto coro di voci, ancora una volta è Loredana, che, pur straziata dal dolore, parla con saggezza e rispetto: “E’ l’uomo che sbaglia, non l’animale, che ha solo l’istinto. E’ lui che ha sbagliato. Quelle tigri le abbiamo cresciute noi col biberon nella roulotte”.

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Io personalmente l’ho visto lavorare più volte, e mi ha sempre colpito per il suo stile sobrio, tranquillo, e amichevole con gli animali. Sempre sorridente, ti dava la sensazione di essere contento di quello che stava facendo, prima ancora di essere applaudito dal pubblico. Nelle poche volte che ho avuto modo di parlarci insieme mi ha dato questa stessa sensazione.

Una parola che spesso è usata per definire il suo stile era “eleganza”. Ed è vero. E’ vero ricordando che la vera eleganza non consiste nel farsi notare, ma nel farsi ricordare.

E tutti noi appassionati, e non solo noi, lo ricorderemo sempre.

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