Quando comunicare era un’Arte (e non avevi uno smartphone)

14 Giugno 2025 - Memorie circensi -

Mobile phone evolution 2di Ettore Paladino
 
La sigla a.c. (con la “c” rigorosamente minuscola) me la sono inventata io, ma forse col tempo sarà ufficializzata, perché sta a significare “ante-cellulare”. Il tempo prima che esistesse quello strumento che oggi abbiamo tutti e ci ha profondamente modificato molte abitudini. E stiamo parlando di un periodo ormai di 35 anni, almeno per l’Italia. Primi modelli, per una ristrettissima “elite”, venduti nel 1986; presentati poi altri modelli sul mercato in occasione dei mondiali di calcio del 1990. Telefoni che costavano tantissimo, erano grossi e pesanti e ci facevi solo le telefonate. Ma nel giro di dieci anni tutto è cambiato. Alla fine del 1999 in Italia le utenze dei cellulari erano più numerose di quelle fisse,  e già si poteva andare su internet.
Chi oggi ha meno di 40 anni fa fatica a capire, a immaginare come fosse la vita senza il cellulare. Il telefono era quello di casa, dell’ufficio, dei negozi e dei locali pubblici. E delle ormai scomparse cabine telefoniche.

Immaginiamoci poi cosa volesse dire non avere il cellulare per chi viveva senza una sede fissa, come i circensi. Io che, come altri, abbiamo vissuto quell’epoca “ac”, provo a raccontarvi come si faceva.
I circhi grossi nelle piazze più importanti e soste più lunghe attivavano una utenza fissa. Ma è logico che serviva principalmente per l’attività di lavoro, prenotazioni, informazioni, ecc. Giusto i membri della famiglia del titolare potevano usare il telefono per esigenze private.
E allora tutti coloro che vivevano nel circo, dai direttori agli operai, avevano una figura che chiamo “fermo di riferimento”. Ovvero un amico o un parente, fermo, a cui comunicavano le piazze che avrebbero fatto, ed eventualmente l’utenza fissa che era stata attivata. Se io volevo sapere dove si trovava il circo tale chiamavo questo fermo, e lui mi avrebbe dato le informazioni. Ovviamente tutto questo nell’ambito ristretto di parenti, amici, o persone con cui c’erano rapporti di lavoro.
Se io, fermo, avevo bisogno di parlare con un circense chiamavo questa persona di riferimento e gli chiedevo di avvisare il circense, quando si sarebbero sentiti, di chiamarmi. Il che poteva succedere il giorno stesso o fra uno , due, tre ecc ecc giorni. Quindi nessuna certezza sui tempi.
E invece se due circensi dovevano comunicare tra loro? Facciamo un esempio, due fratelli artisti che lavoravano in circhi diversi. Uno dei due chiamava il fermo di riferimento, e gli dava un appuntamento telefonico da comunicare al fratello. Quando questi avrebbe chiamato, il fermo gli diceva di chiamare tale giorno, a tale ora, a tale numero. Numero che di solito era di qualche bar o locale vicino alla piazza, dove si andava a bere o mangiare qualcosa. Così il primo fratello in quel giorno e a quell’ora si faceva trovare lì, e appena arrivava la telefonata il proprietario gliela passava.
E poi nascevano sempre tante situazioni particolari. A me per esempio è capitata questa. Dovevo andare a trovare Guido Arata il sabato in un paesino dei monti Nebrodi. Sapevo che il giovedì erano in un’altra piazza, il venerdì viaggiavano e il sabato avrebbero debuttato sulla nuova piazza. Mio padre gli stava preparando una relazione tecnica per il rinnovo del nulla osta e gli serviva in fretta non mi ricordo quale documento. Giovedì mattina mi disse di avvisarlo così che sabato avrebbe potuto consegnarmelo. Ma come facevo ad avvisarlo? E dovevo avvisarlo in fretta, perché c’erano solo due giorni di tempo. E allora prendo l’elenco telefonico, cerco nel paese dove lui si trovava quel giorno, e vedo che per fortuna c’è una caserma dei Carabinieri. Chiamo, mi presento, gli spiego la cosa e gli chiedo se possono farmi il favore di riferirgli il tutto. Sì, sì, non si preoccupi, lo avvisiamo noi.
Sabato arrivo, Guido mi dà subito il documento, e mi dice: ma lo sai che mi hai fatto prendere un accidente…giovedì sera ero in giro col camioncino a fare gli inviti; ad un tratto vedo nello specchietto la macchina dei Carabinieri. Accelerano, si affiancano e mi fanno segno di fermarmi.  Che è successo? gli chiedo. Niente, ha telefonato il suo amico per un documento…
Tutto è bene quel che finisce bene.

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