LA STORIA DI ROBERTO MARINO
Mio marito Roberto Marino era un trapezista, un saltatore, un cavallerizzo e negli Anni Quaranta si esibiva anche come trampoliere.
Era un uomo pieno di volontà e capacità, un vero tuttofare al Circo Marinos, il circo di mio suocero. Ho ricordi particolarmente vividi delle sue esibizioni al trapezio Washington e con i suoi fratelli, era il perno di quello spettacolo. Ottenne grandi riscontri di pubblico come clown. Il suo nome d'arte era Pagnotta, un pagliaccio amatissimo dai bambini, capace di trascinarli e farli sbellicare dalle risate. L'ho conosciuto un giorno del 1956. Già da due anni il suo circo era nel mio paese, Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso, fermo da alcune vicissitudini come l'influenza asiatica, una pandemia di origine aviaria che comportò migliaia di decessi in quegli anni. Purtroppo sua moglie, Anna Cammisa, era deceduta e aveva lasciato tre figli piccolissimi, due femminucce, Gina e Caterina, una di tre e l'altra di cinque anni, e un maschietto, Raffaele detto Felucio, di sei anni. Conobbi i bambini grazie al nanetto che lavorava lì, mi affezionai a loro e con l'aiuto della mia famiglia iniziammo a prendercene cura. I piccolini sono stati a casa mia, con me e mia madre per circa due anni, mi chiamavano mamma ed erano legatissimi a tutti noi.
Quando il circo dovette ripartire, nel 1956, non avevo ancora conosciuto né Roberto, né i miei futuri suoceri, dei circensi conoscevo solo il nanetto. Vidi per la prima volta il mio futuro marito quando venne a riprendersi i figli. All'epoca io avevo tredici anni, lui ne aveva trentadue. Ero solo interessata a provare a tenere con me e mia madre i suoi bambini perché volevo loro un gran bene ed avevano bisogno di chi li assistesse. Non riuscimmo a farli restare con noi, le vie legali erano troppo tortuose, ma continuammo a mantenere contatti con loro perché mio fratello e Roberto, nel frattempo, erano diventati amici e di tanto in tanto si vedevano. Così, dopo un paio di mesi, mi proposero di lavorare come babysitter al circo per accudire i piccini con una paga di circa trecento lire al mese. Trovai la proposta molto allettante e scappai di casa. Ricordo che salii in moto con Roberto per andar via, ma appena usciti dal paese ci imbattemmo in mio zio, il prete ed un carabiniere che si chiamava Cantante. Ci fermarono e ci chiesero dove stessimo andando. Roberto rispose prontamente che stavamo raggiungendo la vicina cappella di Sant'Antonio. In realtà Cantante aveva capito tutto e ricordo che mi fece l'occhiolino, anche se, a dire il vero, tra me e Roberto non c'era ancora nulla, io lo chiamavo signor Roberto, lui signorina Maria.
Era l'11 novembre del 1956. Il Circo Marinos era a Torremaggiore, in provincia di Foggia. Non avevo idea di come vivessero i circensi e appena arrivai lì, quando Roberto, indicandomi una carovana di sette metri, mi disse che era la sua casa, rimasi spiazzata. Si aprì la porta e sbucarono i tre bambini entusiasti, felicissimi di rivedermi, ma sporchi e con i pidocchi. Mi emozionai nel poterli riabbracciare e capii che avevano assolutamente bisogno di me. C'erano tre letti in uno spazio di pochi metri e una tendina divisoria dietro cui, mi informò Roberto, c'era sua sorella con altri tre bambini. Restai allibita, ma mi disse che avrebbe ripensato gli spazi, almeno per agevolare gli spostamenti. Fui pure informata che mangiavano tutti insieme col padre, parliamo di una sessantina di persone tutte unite a pranzare. "E per il bagno?", domandai ingenuamente. "Andiamo in campagna", replicò Roberto. Ero decisamente perplessa, temevo anche di subire violenze. Lui percepì il mio disagio e fu gentilissimo. Mi chiese se fossi delusa e non gli negai che era così. Si propose di riportarmi a casa, ma io scelsi di restare, soprattutto per i bambini, dovevano essere aiutati, avevano bisogno di chi li lavasse, di chi li vestisse, di chi si preoccupasse delle loro necessità anche perché le autorità avrebbero potuto portarglieli via. Pregai che il signore mi desse la forza per affrontare quell'avventura, gli chiesi di ricevere un segno del suo volere e stranamente... persi l'equilibrio e finii tra le braccia di Roberto.Trascorse molto tempo prima che tra noi sbocciasse qualcosa. Ci sposammo il 13 febbraio del 1960.
Dalla nostra unione nacquero due bambini, ancora sotto il tendone di mio suocero. Avevo già perso una bambina, Irene, in un incidente stradale, più tardi nacquero la mia seconda figlia, che chiamai ancora Irene, e poi Ottavio. Il sentimento che ci univa ci spinse pure ad aprire un nostro circo. Nel 1963 ed in parte del 1964 costruimmo da soli il tendone, lavorando ogni giorno in un pullman, a mano, con l'ausilio di una macchina Necchi. Lo ricoprimmo di verderame e grasso. Era sedici per diciotto metri e lo inaugurammo il 20 agosto del 1964, dopo aver lavorato con Ciccillo Vassallo, dove nacque la mia terza figlia Emilia. Abbiamo aperto con duecento sedie e una gradinata fatta da mio marito per un incasso di venticinquemila lire. E' stata davvero una grande avventura fatta di enormi sacrifici e pure di tanti bei ricordi. La nostra insegna era Circo Marino, più tardi Circo Maris, poi ancora Circo Alaska ed infine Circo Texas. Per oltre dieci anni abbiamo usato il nome Alaska col progetto di andare davvero in Alaska, ed infine Texas, ancora una volta per raggiungere l'America. Aprimmo al pubblico con quel nome ad Otranto nel 1984, ma in Texas non ci andammo mai per incomprensioni contrattuali inerenti le spese di viaggio. Ci sono state anche delle fregature. Nel 1985, infatti, la piazza natalizia doveva essere quella di Gallipoli, dal 20 dicembre fino al 7 gennaio, pagammo dodici milioni ma era un contratto a voce e ovviamente fasullo. Il tizio sparì coi soldi.
La famiglia si era allargata di molto, erano infatti nati Warner, Claudio, Marama, Elwis e Venusia. Che gioia e che belle le grandi feste per le nascite dei miei figli! Tutti si impegnarono sotto il tendone nei numeri più disparati. Roberto si dedicava al Washington, al doppio trapezio ed al sostenuto aereo con i miei figli, c'era Gina che faceva l'equilibrista al filo e lavorava al trapezio con la sedia. Pure io iniziai a lavorare negli spettacoli, già al circo di mio suocero. Fui restia a fare la cavallerizza, intimorita dall'incidente che aveva portato alla morte Anna Cammisa, ebbi paura anche di fare il trapezio e preferii lavorare nelle entrate, nei balletti, come assistente al lancio dei coltelli e nelle farse che si facevano allora. Nel nostro spettacolo facevo la presentatrice e la spalla a mio marito come clown col nome di Lady Mary. Eravamo molto affiatati e si vedeva anche negli spettacoli. La gente ci acclamava, chiedeva a gran voce la nostra presenza. Avevamo anche preso un numero di leoni e rappresentò una delle più grandi attrazioni del nostro circo, pure io mi esibii come domatrice intorno al 1979, persino incinta di Elwis, ma non potevamo immaginare che quel numero ci avrebbe riservato un tragico destino.
Il 10 febbraio del 1986, infatti, durante una bufera di neve, un leone scappò ed aggredì mio marito che tentava il suo recupero, lasciandolo esanime. Questa vicenda segnò anche la fine del nostro circo. Tutt’oggi rappresenta per me un profondo dolore. Ogni volta che prendo le foto mi coglie tanta tristezza, ma sono forte, sono ancora in piedi, ho sempre reagito, anche davanti a quindici aborti ed alla morte di due mie figlie, perchè anche la seconda, Irene, si spense, per un tumore, ventuno anni fa. Ho vissuto e lavorato con Roberto per trentasei anni ed era davvero una persona speciale, gentile, premuroso, un ottimo padre ed un ottimo marito, un autentico artista, creativo e di talento che ha dato sempre tutto per il pubblico.
Maria Iantomasi






