IL LEONE DI LADISPOLI

15 Novembre 2023 - Notizie Italia -

leone kimba

Confesso di scrivere di malavoglia queste righe, un po’ perchè non c’è nulla di nuovo da commentare, un po’ per infastidita pigrizia autunnale.

L’Occidente versa da tempo in uno stato di grave decadimento cognitivo e il nostro rapporto con gli animali e la natura è solo uno dei segnali di questa patologia irreversbile. La fuga del leone dal circo a Ladispoli ha generato – come un riflesso pavloviano – un florilegio di manfrine animaliste. Le riassumo alla rinfusa, per comodità (e per la succitata pigrizia), senza pretesa di elencarle con completezza: “la nostalgia della savana”, “l’animale ridotto a zimbello per le risate del pubblico”, “basta con lo sfruttamento degli animali nei circhi”, “il vecchio leone traumatizzato”, “gli occhi tristi del povero Kimba” e via discorrendo. Dell’armamentario dei luoghi comuni e delle argomentazioni preconfezionate, il giornalismo d’accatto che ci affligge non si è fatto mancare nulla e nulla di diverso potevamo aspettarci. D’altronde, l’azzeramento del pensiero critico e la marginalizzazione delle posizioni che sfuggono al mainstream sono ormai fatti acclarati di cui ci siamo resi definitivamente conto a più riprese nei tempi recenti.

Inutile fare appello agli argomenti per contrastare il fiume in piena di corbellerie però è sempre divertente sottolineare l’applicazione dei doppi (o plurimi) standard etici: il Circo con gli animali è l’ “impero del male” ma – ad esempio - i figli fighetti della nostra Società che vanno a cavallo per esibizionismo o che scelgono il cane più trendy rappresentano un fulgido esempio di rapporto uomo/bestia. D’altronde, c’è cattività e cattività e quella del Circo è stata discriminata per comodità da lustri perché si scelgono sempre i bersagli più facili. Ricordiamo un contraddittorio di qualche anno fa in un Tribunale italico nel corso del quale l’accusa stigmatizzava asseriti comportamenti stereotipati di un pachiderma in un circo quando, a cinque chilometri in linea d’aria dal Palazzo di Giustizia, agiva un allevamento intensivo con suini in condizioni – obiettivamente – disumane. Chissà se i simpatici futuri prosciutti avevano anche loro “comportamenti stereotipati”…

Sulla “Stampa” – divenuto ormai uno degli organi ufficiali dell’animalismo contemporano – è apparso un interessate articolo dal taglio “scientifico” in cui si richiama il recente concetto di “welbeing” in luogo dell’ormai superato – secondo l’autore - “welfare” degli animali. In pratica, non basta che il leone sia nato in cattività da generazioni, non basta che l’addestramento sia etologicamente sostenibile, non basta che le condizioni di detenzione siano corrette, non basta che vi sia interazione con altri soggetti della stessa specie e con l’uomo perché solo “in natura” vi può essere il vero benessere psicofisico per gli animali selvatici. Non è difficile percepire che al fondo di questo ragionamento si annida l’ideologia che glorifica lo stato di natura come condizione tendenzialmente ideale.

Il punto è che questa deriva è il prodotto di un vizio alla fonte che pretende l’appiattimento delle naturali – queste sì - contradizioni perché urtano la nostra quiete. Così ci piace rappresentare la natura come una sorta di Arcadia dove tutto è regolato per il meglio e per il bene degli esseri viventi dimenticando quello che tutti sanno, ovvero che lo stato di natura è una condizione di disequilibrio e violenza costante dove si vive e si muore soffrendo.

Alla fine, l’animalismo declinato in modo paranoico come sta accadendo ora altro non produrrà che una separazione assoluta tra uomini e animali, nel nome di una sorta di ipocrita e malata religione neo-pagana.

Francesco Mocellin

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