La magnifica ossessione del cinema per il circo
Da "Freaks", il capolavoro di Tod Browning del 1932, a "The Greatest Showman", i film da sempre hanno usato la diversità per smascherare l'ipocrisia sociale. E la sua mostruosità
"A giudicare dalle impronte (Boo) era alto poco meno di due metri; mangiava scoiattoli crudi e tutti i gatti che riusciva a catturare, ecco perché aveva le mani macchiate di sangue: se mangiavi un animale crudo, non riuscivi più a lavare il sangue. Aveva una lunga cicatrice seghettata che gli attraversava il viso; i pochi denti che gli restavano erano gialli e guasti, gli occhi sporgenti; e sbavava quasi in continuazione". Se avete visto anche solo una volta Il buio oltre la siepe, la storia dell'avvocato Atticus Finch (Gregory Peck), che in un paesino dell'Alabama si trova a difendere un nero dall'accusa di stupro, non potete non ricordare il mostruoso personaggio di Boo Radley, che vive segregato in casa. E che mostruoso non lo era affatto. È il mistero che alimenta nell'immaginazione dei piccoli Scout e Jem l'idea di questo super freak mangiatore di gatti vivi. Quando alla fine Boo verrà allo scoperto - solo per salvare la vita ai due piccoli - che sconcerto! Non è alto, ha i modi gentili e lo sguardo mite di un giovanissimo Robert Duvall al suo debutto.
Tra i tanti spaventevoli freaks che il cinema ci ha regalato in un secolo di storia, Boo è di quelli che non ti aspetti. Harper Lee, che scrisse Il buio oltre la siepe nel 1960 e per altri 55 anni non scrisse più nulla, lo aveva usato per sollevare domande che di lì a poco avrebbero incendiato una generazione. Si può restare umani anche rimanendo fuori dalla comunità e dalle sue regole?
Negli anni Sessanta della controcultura, che aveva adottato per sé proprio il termine freak, non fu certo un caso la riscoperta del film che ha plasmato lo stampo per tutto ciò che consideriamo strano, deforme, bizzarro, diverso. Freaks era uscito nel 1932, mentre Hitler saliva al potere e Roosevelt diventava presidente degli Usa. E aveva letteralmente seppellito la carriera del suo regista, Tod Browning, famosissimo per aver diretto il mitico Dracula con Bela Lugosi. L'idea era quella di fare un film sul mondo dei sideshow, gli spettacoli costruiti sui "fenomeni da baraccone" che Browning conosceva bene perché aveva lavorato nei circhi. Per farlo non aveva reclutato degli attori, sarebbe stato facile; deformare la propria immagine, rendersi mostruosi, è da sempre prova di abilità per un divo (Charlize Theron in Monster per esempio). Browning si spinse oltre: reclutò un esercito di freaks direttamente da quel mondo. Ermafroditi, gemelle siamesi, acrobati a due teste, donne barbute, nani acondroplasici, microcefali come Pinhead (celebrato anni dopo dalla cultura punk con i Ramones), la donna uccello con piume e zampe palmate, il "mezzo ragazzo" Johnny Eck, lo Scheletro Umano Peter Robinson (attore shakespeariano costretto ai sideshow per vivere). La storia era feroce. La bella trapezista Cleopatra si unisce al circo per sedurre il nano Hans e rubargli i soldi. Ma al matrimonio, davanti ai freaks che inneggiano "la accettiamo, lei è una di noi!", Cleopatra scappa disgustata. La vendetta sarà di un sadismo terrificante: le tagliano le gambe, la coprono di catrame e la fanno esibire come "la donna gallina".
Per il pubblico fu uno shock, le cronache parlano di svenimenti, orrore, spettatori in fuga nauseati. Il regista fu anche accusato di sfruttamento delle deformità umane per fare spettacolo. Quello che il pubblico negli anni Trenta non aveva capito, e che la controcultura di tre decenni dopo aveva colto, è che lì non c'era solo il facile paradigma del diverso che deve confrontarsi col rifiuto e l'emarginazione; non c'era morbosità ma anzi la modernità di rovesciare alla fine i ruoli, e suggerire che chi è emarginato si può ben ribellare; essere diversi, deformi, non significa non avere diritto a vivere.
In anni in cui si iniziava a combattere per i diritti civili, Freaks fece proselitismo, nel rock, nell'arte, nel cinema. Ancora adesso è punto di riferimento nel raccontare l'assortimento umano dei circhi, vedi il recente The Greatest Showman sulla vita di Barnum (Hugh Jackman).
Nel 2016 con Indivisibili Edoardo De Angelis aveva trasportato in Italia la storia vera delle due gemelle siamesi del film di Browning. Solo un anno prima, la serie tv American Horror Story aveva intitolato la quarta stagione Freak Show: Sarah Paulson nel doppio ruolo delle gemelle siamesi, Kathy Bates come la donna barbuta, Angela Basset con i tre seni e Evan Peters con le chele al posto delle mani erano tutti un chiaro omaggio. Browning veniva dalla Hollywood che raccontava la diversità attraverso storie come Il gobbo di Notre Dame, dove per Quasimodo (e quindi per qualunque deforme) non c'è salvezza o felicità. Era una visione moralista che serviva a una società dove le categorie bello e brutto, buono e cattivo, avevano un senso preciso e si usciva dalla sala sentendosi più buoni per aver simpatizzato col povero freak.
I "figli" di Tod Browning hanno nel tempo rovesciato la narrazione. David Lynch ha infilato donne deformi che vivono nascoste in un termosifone (Eraserhead); nani e giganti che sono i meno strani di tutti nel mondo di Twin Peaks; ha straziato i cuori con la storia vera di Elephant Man ovvero Joseph Merrick (John Hurt), uomo colto e gentile che una rara malattia aveva reso mostruoso; le attenzioni di un medico lo avevano strappato dalla strada dove era costretto a fare il fenomeno da baraccone; l'alta società londinese vittoriana lo aveva poi "adottato", facendone forse solo un fenomeno da baraccone dorato: dalla strada ai salotti.
Il nodo è tutto lì, nel modo in cui accettiamo o fingiamo di accettare l'altro; il modo in cui il "mostro" è servito per smascherare l'ipocrisia e la mostruosità sociale. Perché arrivasse ad avere una sua dignità e una storia da raccontare c'è voluto tempo e tutti i meravigliosi mostri di Tim Burton, come Edward mani di forbice col suo viso color borotalco e i capelli color pece da incrocio tra Frankenstein e Robert Smith dei Cure. E c'è voluta la sgangherata combriccola del Rocky Horror Picture Show (1975) a giocare con il freak come alieno, e il sesso come liberazione.
Per arrivare alla love story della Forma dell'acqua di Guillermo del Toro, dove solo i reietti sono umani - il mostro prigioniero, la muta Sally Hawkins, la sua collega di colore, il vicino di casa gay - e disumano è il mondo fuori con le nitide villette da provincia americana anni 50. C'è voluto Peter Bogdanovich a ricordarci quanto coraggio ci vuole e quanto questi film ci consolano; perché non sapremo mai (molti di noi almeno) quanto costano battaglie come quella di Rocky Dennis, adolescente nella Los Angeles degli anni 70, con il volto deformato da una malattia rara chiamata leontiasi, raccontato in Dietro la maschera (1985), con Cher e Eric Stoltz, senza pietismi un tanto al chilo.
Oggi anche lo stereotipo buonista è stato felicemente ribaltato. In I Care a Lot non si sa se è più bastarda Rosamund Pike, che si prende la tutela legale di vecchietti indifesi per derubarli, o Peter Dinklage (star di In Bruges e Trono di Spade), nella parte del boss criminale, reso solo più cattivo dal suo nanismo. Nel nordico Border. Creature di confine, non c'è facile empatia per la protagonista, dotata di coda e un fiuto da animale primordiale. Così come ci vuole tutto lo stomaco del mondo per guardare l'inguardabile Pelle, del 26enne spagnolo Eduardo Casanova: gallery di freak dove la più deflagrante è una ragazza che ha il sedere al posto della faccia, e provate a immaginare cosa succederebbe se volesse baciarvi.
di Alba Solaro
da repubblica




