“Ho lavorato con Fellini e Risi ma il mio regno era il tendone”

12 Dicembre 2020 - Notizie Italia -

Liana

Liana Orfei si racconta nell'autobiografia "Romanzo di vita vera", trà la severità degli artisti circensi e il jet set

Quando sono stata invita­ta a capo­danno da Umberto Agnelli e da sua moglie Allegra ho capito che di inarrivabile esiste solo Dio. Persone alla mano, genti­lissime, a casa mia eravamo più montati». Dal tendone del circo al jet set intemazionale, da Grace e Ranieri di Monaco a Fellini, Risi, Totò e De Filip­po. E già, perché l’incredibile vita dell’84enne Liana Orfei, stella degli Anni 60, comincia proprio con Fellini, come rac­conta l’autobiografia Roman­zo di vita vera (Baldini e Castol­di): è Natale, Liana ha vent’anni, un matrimonio felice con un artista e una bambina di po­chi mesi, Cristina, quando la chiama l’agente di Fellini.

E quindi?

«Fellini ti vuole incontrare, mi dice. Ma io non ci pensavo pro­prio. Mi fece un provino che non andò bene perché disse che avevo una faccia troppo da ragazzina ma il solo fatto che Fellini si fosse interessato a me scatenò tutto. Copertine, offer­te di lavoro, agenti che litigava­no per avermi. E pensare che io avevo orrore del cinema. Il nostro era un mondo severo, pieno di sacrifici, un mondo povero. Prima di diventare un artista lavori anni, ti rompi le ossa e forse non diventi nean­che bravo. Non è come cantare o recitare, noi siamo abituati al pericolo. Il trapezio, i leoni, le tigri... Ho perso due amici, uno per gli orsi grizzly e uno per i leoni. L’errore però è qua­si sempre umano».

Non era interessata al cinema ma ha lavorato in più di 40 film, Gassman, Tognazzi, Ma­stroianni, Orson Welles, chi le è rimasto nel cuore?

«Intanto Dino Risi, ho fatto due film con lui, Il Profeta e I nostri mariti. Bello, gentile non mi so­no innamorata di lui solo per­ché ero già innamorata. A Tognazzi che era irresistibilmente attratto dalle donne, diedi un sonoro ceffone per avermi ba­ciato davvero sul set. Non se l’è presa. Anzi siamo diventati ami­ci. Welles con me era gentilissi­mo perché gli piaceva il circo ma odioso con la troupe. I geni, quelli veri non sono tutti mode­sti, sono pieni di sé. Pesava 140 chili quando abbiamo girato I Tartari. Con Mastroianni ho gi­rato nella gabbia dei leoni, ero terrorizzata, facevo di tutto per non far sentire ai leoni che ave­vo paura. Ero curiosa di vedere come se la sarebbe cavata lui. Stupefacente. Ha recitato con una naturalezza incredibile, co­me se i leoni non fossero a pochi metri. Ho pensato o è un inco­sciente o è davvero coraggioso. Alla fine gli ho fatto i compli­menti. Ci siamo scambiati quel­lo che è passato come il bacio più lungo della storia. Mi chiesero come era stato baciare un uo­mo così desiderato dalle donne e io per imbarazzo risposi che era stato come baciare un carto­ne. Gran signore, quando l’ho ri­visto ha fatto fìnta di niente».

E di Totò che ricordo ha?

«Unvero principe, galante con tutte le donne, gentilissimo con la troupe. Era interessatis­simo ai clown, mi chiedeva co­me erano nella vita, se erano tristi. E io “principe, sono per­sone come tutte le altre, qual­cuno è triste qualche altro no”. Però insisteva. Forse voleva che gli dicessi che sì erano tristi nella vita. Oggi gli risponderei così, per fargli piacere. Ho conosciuto tanti principi ma i signori come Totò sono rari».

Con Fellini però il rapporto è stato più intenso.

«Federico amava il circo e con sua moglie Giulietta Masina veniva sempre a trovarci quan­do eravamo a Roma. Con lui ho lavorato tanto e anche a un film abbastanza profetico, I clo­wn, che finiva con la morte del circo. Fellini però negava que­sta interpretazione. Le mille e una notte, il più bello spettaco­lo che abbiamo fatto, è nato da una sua idea, ci ha dato il pre­mio Oscar Danilo Donati per i costumi e le scenografie. Im­prese faraoniche, oggi una cosa del genere non se la può per­mettere neanche Berlusconi».

Il circo è finito per questo?

«Il circo non è finito per nien­te, è finito quel tipo di circo. An­che il Barnum non c’è più, è ri­masto il nome. Ma che rim­pianti... Quando volavo sull’ippogrifo e sentivo il pubblico. Una sensazione incredibile. Arturo Brachetti mi ha confessa­to che vedendo Le mille e una notte ha deciso di fare l’artista. Non si può avere avuto un re­gno e non avere più niente».

Quanto hanno contato i movi­menti animalisti nel declino dei circhi?

«Di sicuro non ci hanno aiuta­to. Il circo senza animali è come l’opera senza musica. Certo ci sono animali che soffrono e non possono lavorare nei circhi come le giraffe ma la gente del circo ama gli animali, li tratta come figli, molto meglio che in certe case, gli ultimi due cani che ho avuto li ho trovati legati con il fil di ferro e pieni di zec­che. Chi abbandona gli animali è un criminale ma il circo senza animali non è circo. Il mio ama­tissimo Cirque du Soleil ci ha provato, sono falliti».

di Maria Berlinguer

da lastampa

(grazie a Roberto Rossanigo e Gino Rossi)  

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